ESAMI DI CONTROLLO POST VACINO COVID

Gli esami elencati sotto da richiedere al vostro medico, sono esami che hanno lo scopo di valutare lo Stress ossidativo (i primi 5)  e se il vaccino sta producendo uno degli effetti  collaterali tra quelli piu preoccupanti.. (gli ultimi 3 esami) e consigliabile fare questi esami un mese dopo il vacino poi ogni 3 mesi o 6 mesi secondo consulenza del medico o se si avvertono sintomi riconducibili agli esami…

gli esami sono questi e trovate successivamente la spiegazione di cosa sono e cosa valutano…

in caso di Valori alterati sappiamo che la medicina attuale considera generalmente i vaccini SICURI e Difficilmente troverete un medico che attribuisce una qualche “correlazione” con i vacini se i valori sono non regolari. Quindi se il vostro medico sottovaluta o minimizza i risultati in special modo se avete anche sintomi fisici il consiglio e di avvalervi di uno dei tanti medici “non allineati” che sono parte dei diversi gruppi “non vaccino” o che comunque non sottovalutano i rischi del vaccino covid (tutti i vacini)

 

  • Omocisteina
  • Ferro
  • ferritina
  • sideremia
  • Pcr
  • Emoglobina glicata
  • Vitamina d
  • Didimero
  • Fibbrinogeno
  • Ptt

 

Omocisteina

Cos’è l’omocisteina?

L’omocisteina è un amminoacido solforato (contenente zolfo) che si forma in seguito alla trasformazione enzimatica della metionina, un altro aminoacido della stessa natura chimica abbondantemente contenuto negli alimenti proteici (latticini, carne, legumi, uova ecc).

La presenza di omocisteina nel sangue, fino a 5-12 micro moli per litro (μmol/L), è normale; ciò significa che la sua produzione è del tutto fisiologica. D’altro canto, per una o più cause, può salire oltre i limiti consuetudinari definendo una condizione di iperomocisteinemia (HHcy).

Tali circostanze, stando a quanto determinato attraverso diversi approfondimenti scientifici – comunque ancora in fase di sviluppo e chiarimento – si possono rivelare nocive per la salute. Nella fattispecie, troppa omocisteina plasmatica costituisce un fattore di rischio cardiovascolare e non solo.

L’omocisteina nell’organismo viene dosata tramite le analisi del sangue. D’altro canto, in forma libera, viene parzialmente espulsa con la filtrazione renale e, di conseguenza, è rilevabile anche nelle urine.

Riportare l’omocisteina ai giusti livelli è possibile. L’organismo si difende dall’eccesso di questo amminoacido grazie all’utilizzo di una specifica vitamina idrosolubile del complesso B, l’acido folico; contribuiscono allo scopo anche la vitamina B12 (cobalamina) e la B6 (piridossina). Una dieta ricca di questi nutrienti, avendo cura di non danneggiarli con la cottura e la conservazione, contribuisce a prevenire e curare l’iperomocisteinemia. Vengono in aiuto, per lo stesso principio, gli specifici integratori alimentari – è da sottolineare che, comunque, la correlazione tra apporto nutrizionale e omocisteinemia non risulta sempre lineare.

Valori Normali

Valori normali di omocisteina plasmatica

Si considerano normali, in media tra maschi e femmine, giovani e adulti, valori di omocisteina nel plasma compresi tra 5 e 12 μmol/L. La dose ottimale potrebbe essere circa 7 μmol/L.

Omocisteina Alta

Valori di omocisteina alta o iperomocisteinemia

Quando in eccesso nel circolo sanguigno (iperomocisteinemia – HHcy), l’omocisteina può correlarsi a patologie quali aterosclerosi, trombosi, embolia, infarto del miocardio e ictus.

Sintomi

Sintomi dell’omocisteina alta

L’eccesso di omocisteina nel sangue o iperomocisteinemia, come quello di colesterolo,  o segno clinico. Per questo non determina alcun sintomo, soprattutto ai primi studi che ne svelarono il potenziale ruolo malefico per la salute, si sviluppò un notevole interesse scientifico.

Omocisteina Bassa

Valori di omocisteina bassa

L’omocisteina bassa nel sangue non è, ad oggi, considerata un fattore di rischio per alcuna condizione. Può risultare diminuita nelle persone che non consumano alimenti di origine animale, facendo sospettare una carenza dell’amminoacido metionina. Si tratta, comunque, di un’evenienza piuttosto rara anche per la dieta vegana.

 

Ferro

Analisi del sangue: Ferro, ferritina, transferrina e sideremia

L’esame del ferro nel sangue ne misura la quantità circolante legata alla transferrina (sideremia), la più importante proteina di trasporto del ferro nel plasma. Gli esami di laboratorio di riferimento per il ferro nel sangue indagano anche la ferritina, la proteina che immagazzina il ferro.

L’esame del ferro nel sangue ne misura la quantità circolante legata alla transferrina (sideremia), la più importante proteina di trasporto del ferro nel plasma. Gli esami di laboratorio di riferimento per il ferro nel sangue indagano anche la ferritina, la proteina che immagazzina il ferro.

Analisi del sangue: Ferro, ferritina, transferrina e sideremia

Il ferro è un metallo dotato di caratteristiche chimiche che gli permettono il trasporto e la partecipazione dell’ossigeno a diversi processi biochimici.

Il ferro viene trasportato e depositato nei tessuti da proteine specifiche che impediscono che il ferro circolante si leghi ad altre macromolecole, influenzandone la struttura e provocando effetti dannosi per l’organismo.

Il ferro nel sangue può essere misurato attraverso tre valori diversi:

la ferritina: è una proteina che contiene ferro, prevalentemente presente in fegato, muscoli e midollo osseo, ed è responsabile dell’immagazzinamento del ferro. Il ferro non circola liberamente nel sangue, ma sempre legato alla sua proteina, la transferrina

la transferrina: è la proteina che trasporta il ferro alle cellule responsabili dell’eritropoiesi, ovvero la sintesi delle emazie

la sideremia: è la quantità di ferro legata alla transferrina.

Questi esami di laboratorio ematici sono richiesti quando si sospetta un’anemia sideropenica (da carenza di ferro), quando il paziente presenta astenia e malessere generale, o spesso per monitorare l’evoluzione di patologie già diagnosticate come malattie ematiche (leucemie, linfomi).

PCR

La proteina C reattiva (PCR) è un indice d’infiammazione; come tale, le sue concentrazioni nel sangue aumentano in presenza di processi flogistici di varia natura.

Dal punto di vista funzionale, la proteina C reattiva è molto simile alle immunoglobuline di classe G (IgG), sostanze che si attivano per svolgere un’azione di difesa dell’organismo. A differenza di queste, però, la proteina C reattiva non è diretta specificamente contro un determinato antigene.

La PCR viene prodotta principalmente a livello epatico, in risposta a stimoli quali agenti nocivi, microrganismi patogeni e immunocomplessi, ma anche in seguito a traumi. La sua funzione consiste nel legarsi – complessandosi con la fosfatidilcolina – alla parete di molti batteri, favorendone la fagocitosi e la distruzione da parte dei monociti.

L’aumento della proteina C reattiva si verifica in caso di malattie reumatologiche, infezioni batteriche e traumi. Rispetto alla VES (Velocità di Eritrosedimentazione), nel corso di un’infiammazione, la concentrazione di PCR viene modificata molto più rapidamente.

Di recente, un valore di proteina C reattiva cronicamente elevato è stato correlato a un aumento del rischio cardiovascolare.

Cos’è

Cos’è la Proteina C Reattiva?

La proteina C reattiva (PCR), sintetizzata dal fegato e dagli adipociti, è una proteina (nel dettaglio, si tratta di un’alfaglobulina) che aumenta la sua concentrazione ematica nella fase acuta di varie malattie, nei processi infiammatori e in seguito ad alcune operazioni chirurgiche; dopo un evento acuto, nel giro di poche ore i suoi livelli possono raggiungere valori centinaia di volte superiori rispetto alle condizioni basali.

I livelli di proteina C reattiva aumentano significativamente in risposta ad una grande varietà di situazioni, tra cui  oltre a quelle già ricordate:

  • Infezioni di origine batterica e virale;
  • Infarto miocardico;
  • Neoplasie maligne;
  • Reumatismi articolari acuti;
  • Ascessi addominali;
  • Peritoniti;
  • Lupus eritromatoso sistemico;
  • Morbo di Crohn.
In generale, quindi, elevati livelli di proteina C reattiva indicano che l’organismo è sottoposto ad uno stress considerevole, ma non forniscono informazioni utili sull’origine del processo patologico, che dev’essere indagato attraverso altri esami.

Perché si Misura

Proteina C Reattiva: quali informazioni fornisce?

Il medico prescrive la misurazione della proteina C reattiva (PCR) nel sangue quando sospetta che il paziente abbia un’infiammazione acuta, come un’infezione batterica o fungina, una patologia autoimmune (es. lupus eritematoso sistemico o vasculiti), una malattia infiammatoria intestinale (es. morbo di Chron) o alcune forme di artrite.

Essendo la PCR un marcatore generale d’infiammazione, un eventuale aumento del suo valore deve allertare il medico, che provvederà a prescrivere esami più approfonditi per stabilire una diagnosi.

Il dosaggio della proteina C reattiva viene indicato per:

  • Valutare l’andamento e la gravità del processo infiammatorio;
  • Determinare l’efficacia di una terapia antinfiammatoria;
  • Verificare il processo di guarigione delle ferite chirurgiche, delle ustioni o del trapianto d’organo.
  • Valutare il rischio di coronaropatie.

Dopo aver valutato i risultati, il medico può orientarsi meglio e consigliare altre indagini di approfondimento.

La PCR è correlata a un altro esame usato per valutare uno stato infiammatorio: il test della velocità di sedimentazione dei globuli rossi (VES). A differenza di quest’ultimo parametro, però, la proteina C reattiva aumenta e diminuisce più rapidamente.

Proteina C Reattiva: quando è utile misurarla?

A causa dell’estrema variabilità delle condizioni a cui si associa, il dosaggio sierico della Proteina C reattiva perde il suo valore diagnostico quando la malattia del paziente non è definita; al contrario, si tratta di un esame molto importante nel monitoraggio di alcune patologie e nella valutazione dell’efficacia dei vari trattamenti terapeutici.

Il riscontro di un diminuito tasso ematico di proteina C reattiva in seguito a trattamento antinfiammatorio, ad esempio, è indice di efficacia del percorso terapeutico.

I livelli di proteina C reattiva non sono specifici per la diagnosi di malattia, ma servono a valutarne la gravità e l’evoluzione quando essa è già stata diagnosticata, a prescrivere esami più approfonditi per indagarne le origini o a valutare l’efficacia della terapia adottata.

Valori normali

La proteina C reattiva si riscontra frequentemente nel siero di soggetti normali in concentrazioni molto basse, generalmente non superiori a 5-6 mg/L.

Durante i processi infiammatori, il titolo della proteina C reattiva può raggiungere valori molto elevati, fino a 500-1.000 mg/L.

L’aumento sierico della proteina C reattiva contribuisce all’immunità innata o aspecifica, con attivazione dei complementi e accelerazione della fagocitosi; si tratta, quindi, di un meccanismo messo in atto dall’organismo per difendersi dai sopraccitati eventi morbosi.

Valori di riferimento della PCR

Nelle persone sane, il valore medio della proteina C reattiva è compreso tra 0,5 mg/l e 10 mg/l, con una variabilità che dipende dall’età e dal sesso del paziente.

I seguenti valori di PCR sono indicativi della presenza o meno di un’infiammazione:

  •  0,00 – 0,50 mg/100 ml: assenza di processi infiammatori;
  • 0,50 – 1,00 mg/100 ml: possibilità di processo infiammatorio non acuto;
  • 1,00 – 10,00 mg/100 ml: processo infiammatorio acuto lieve o moderato;
  • oltre 10,00 mg/100 ml: processo infiammatorio acuto ed esteso.

PCR Alta – Cause

Proteina C Reattiva Alta: cosa significa?

I livelli di proteina C reattiva aumentano significativamente in caso di:

  • Appendicite;
  • Infezioni di varia origine;
  • Interventi chirurgici;
  • Lupus eritematoso sistemico;
  • Linfoma;
  • Infarto miocardico;
  • Rischio di coronaropatie;
  • Malattia infiammatoria pelvica;
  • Malattie infiammatorie intestinali, come morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa e sindrome del colon irritabile;
  • Pancreatite;
  • Pielonefrite (infiammazione del rene);
  • Colangite;
  • Gotta o eccesso di acidi urici;
  • Reumatismi articolari come l’artrite reumatoide e la polimialgia reumatica;
  • Sepsi o setticemia;
  • Processi neoplastici;
  • Tubercolosi;
  • Traumi;
  • Ustioni

Infezioni virali

Livelli aumentati di proteina C reattiva sono stati riscontrati nel sangue di pazienti affetti da influenza aviaria H7N9. Per quanto rigarda l’influenza H1N1, invece, la PCR risulta significativamente elevata nelle presentazioni più gravi. L’incremento della proteina C reattiva è stato segnalato tra le caratteristiche cliniche dell’infezione da nuovo Coronavirus (COVID-19).

PCR Bassa – Cause

Proteina C Reattiva Bassa: cosa significa?

Se i valori della PCR risultano bassi, significa che un disturbo apparentemente associato a un’infiammazione, in realtà non lo è. La causa dei sintomi è, dunque, da ricercarsi altrove.

Pertanto, si consiglia sempre di rivolgersi ad un medico, che potrà indicare a quali altri esami sottoporsi per avere una diagnosi precisa.

Come si misura

Proteina C Reattiva: in cosa consiste l’esame?

Per l’analisi della proteina C reattiva, il paziente si deve sottoporre ad un prelievo di sangue.

L’emoglobina glicosilata o glicata

L’emoglobina glicosilata o glicata A1c (in sigla HbA1c) è un parametro di laboratorio che misura un particolare tipo di emoglobina nel sangue.

I valori di HbA1c rispecchiano le concentrazioni medie di glucosio nel sangue negli ultimi tre mesi. Pertanto, l’emoglobina glicata permette di sapere se la glicemia ha superato i livelli di “guardia” nelle persone diabetiche o a rischio di diventarlo.

L’emoglobina glicata si forma quando nel sangue si accumula troppo glucosio: attraverso un processo che si chiama glicosilazione, una molecola di zucchero si lega all’emoglobina contenuta nei globuli rossi (che hanno vita media di circa 120 giorni), in maniera proporzionale alla glicemia.

L’HbA1c risulta meno efficace rispetto all’emoglobina normale per quanto riguarda il trasporto dell’ossigeno. Inoltre, la glicazione dell’emoglobina è una delle principali cause di danno agli organi nel corso della malattia diabetica.

L’esame dell’emoglobina glicata non viene prescritto di routine, ma solo nelle persone in cui si sospetta il diabete o in quelle con diagnosi già confermata, che stanno seguendo una cura per il controllo dell’iperglicemia.

Emoglobina (Hb)

L’emoglobina (Hb) è la proteina contenuta nei globuli rossi che trasporta l’ossigeno ai tessuti ed è responsabile del loro colore rosso (dovuto al ferro contenuto nella molecola).

Perché si Misura

Considerata l’irreversibilità della glicazione, l’emoglobina glicosilata contenuta nei globuli rossi (avidi di glucosio) circola nel sangue per tutta la durata della loro vita (in media 90/120 giorni). Entro certi limiti, si tratta di un processo assolutamente normale, che non comporta alcun pericolo per la salute del paziente, dato che l’emoglobina glicata continua a svolgere normalmente la propria funzione. I problemi, piuttosto, sono legati agli alti livelli ematici di glucosio che l’accompagnano.

Tutte queste caratteristiche rendono l’emoglobina glicata un parametro molto più utile della comune glicemia nella diagnosi e nel monitoraggio del diabete; l’emoglobina glicosilata è infatti espressione della glicemia media nel lungo periodo, non di un singolo momento; come tale, non è soggetta a variazioni acute (come l’alimentazione del giorno precedente o lo stress da esame) e non necessita quindi di un preventivo digiuno di almeno otto ore. Prima del prelievo di sangue, dunque, il paziente rimane libero di mangiare e bere secondo abitudini.

La più tipica applicazione dell’emoglobina glicata rimane comunque la valutazione del controllo glico-metabolico nel medio e lungo periodo; diversi studi hanno infatti dimostrato una stretta correlazione tra il grado di controllo glicemico, valutato in base ai livelli di HbA1c, e il rischio di sviluppo e progressione delle complicanze croniche del diabete.

Emoglobina Glicata Alta – Cause

Valori di emoglobina glicata (HbA1c) superiori a 6,5% sono indicativi di diabete.

I globuli rossi hanno una vita media di 3-4 mesi. In tale periodo, l’emoglobina, esposta a eccessive concentrazioni di glucosio, si trasforma in emoglobina glicata. Per questo motivo, le persone diabetiche presentano in genere valori di HbA1c nei globuli rossi decisamente più elevati rispetto alla norma.

Nonostante il test sia particolarmente affidabile, va ricordato che tutte le patologie in grado di causare modificazioni in termini di aumento o distruzione dei globuli rossi (ossia le cellule deputate al trasporto dell’emoglobina) possono determinare un’alterazione dei livelli di emoglobina glicata.

In particolare, l’aumento di questo valore può essere influenzato da condizioni come:

  • Trigliceridi alti (ipertrigliceridemia);
  • Bilirubina alta (iperbilirubinemia);
  • Assunzione cronica di aspirina;
  • Dipendenza da oppiacei;
  • Anemia sideropenica;
  • Asportazione della milza;
  • Insufficienza renale;
  • Alcolismo cronico.

VITAMINA D

La vitamina D serve principalmente per regolare i livelli di diversi minerali nel sangue: i minerali regolati da questa vitamina sono

  • calcio,
  • fosforo

in misura minore il magnesio.

  • La vitamina D è quindi fondamentale per la crescita e la salute delle ossa, attraverso
  • la regolazione del riassorbimento di calcio a livello renale,
  • l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio,
  • i processi di mineralizzazione dell’osso.

È stato dimostrato, inoltre, che influenza la crescita e la differenziazione di molti altri tessuti e contribuisce alla regolazione del sistema immunitario. Queste altre funzioni avvalorano l’ipotesi che la vitamina sia coinvolta in altri disturbi, come le malattie autoimmuni e i tumori.

L’esame contribuisce infine alla diagnosi e al monitoraggio dei problemi delle ghiandole paratiroidi, perché il paratormone (PTH) è fondamentale per l’attivazione della vitamina D.

D-dimero

Il D-dimero è un prodotto di degradazione della fibrina, una proteina responsabile della formazione di coaguli (trombi) nei vasi sanguigni.

In ambito clinico, la determinazione del D-dimero nel sangue si inserisce nell’iter diagnostico della trombosi venosa profonda e dell’embolia polmonare. Quest’esame è dunque particolarmente utile nello studio di patologie correlate all’eccessiva o inappropriata coagulazione.

Cos’è

D-dimero, fibrina e coagulazione del sangue

Il D-dimero è il più noto e caratteristico prodotto degradativo dei polimeri stabilizzati di fibrina. In seguito a un’emorragia questi polimeri di fibrina si intersecano in modo da formare una sorta di tappo (coagulo), che arresta il sanguinamento in sinergia con le piastrine e le altre cellule intrappolate al suo interno.

Dopo aver tamponato l’emorragia, il coagulo di fibrina deve necessariamente essere rimosso. Dal processo di dissoluzione di questo tappo (fibrinolisi), ad opera di varie sostanze, prime fra tutte la plasmina, originano i cosiddetti prodotti di degradazione della fibrina e del fibrinogeno (FDPs), a cui appartiene anche il D-dimero. Questi elementi si formano ogni volta che la fibrina stabilizzata viene tagliata dagli appositi enzimi; dal momento che la fibrina non è normalmente presente nel sangue come tale, ma sotto forma di un precursore (il fibrinogeno) attivato dalla lesione dei vasi sanguigni, la presenza in circolo di D-dimeri e degli altri prodotti di degradazione della fibrina attivata implica una precedente attivazione della cascata coagulatoria. Non solo, poiché per la formazione del coagulo la fibrina derivante dal fibrinogeno dev’essere “stabilizzata” dal cosiddetto fattore XIIIa (attivato dalla trombina), i prodotti di degradazione del fibrinogeno e della fibrina non stabilizzata esprimono un’attivazione primitiva della fibrinolisi.

D-dimeri e FDPs sono presenti e misurabili, seppur in bassissima concentrazione, anche in soggetti perfettamente sani, poiché i vari fattori pro-coagulanti e anti-coagulanti si trovano in una condizione di perfetto equilibrio omeostatico.

Sui due piatti di questa bilancia troviamo da un lato l’attivazione dei meccanismi coagulativi, con conseguente formazione di fibrina, e dall’altro la lisi della fibrina stabilizzata e l’inibizione della trombina circolante (necessaria per l’attivazione del fibrinogeno in fibrina).

Purtroppo in varie condizioni, patologiche e non, questo equilibrio viene perduto e – a seconda che la bilancia penda dalla parte del primo o del secondo piatto – si possono avere malattie trombotiche (eccessiva coagulabilità del sangue) o emorragiche (insufficiente coagulabilità del sangue). Nel primo caso l’organismo cerca di compensare il problema aumentando i fenomeni fibrinolitici (degradazione della fibrina), con conseguente aumento dei D-dimeri presenti nel sangue.

Ricapitolando, la presenza del D-dimero nel sangue è conseguenza di un triplice meccanismo:

  •  Attivazione della coagulazione con formazione di fibrina;
  • Stabilizzazione per azione del fattore XIII (attivato dalla trombina);
  •  Successiva proteolisi da parte del sistema fibrinolitico (plasmina).

Perché si Misura

Il D-dimero rappresenta un marcatore laboratoristico di ipercoagulabilità. La valutazione di tale parametro può essere utilizzata per la diagnosi di patologie che possono portare a un’eccessiva coagulazione o alla tendenza alla formazione inappropriata di coaguli.

La determinazione del D-dimero ne misura la concentrazione plasmatica.

Quando viene indicato l’esame?

Il test è indicato – in regime d’urgenza – quando si sospettano patologie gravi legate a formazione di trombi, come:

  • Trombosi venosa profonda;
  • Trombo-embolia polmonare.

Vale a dire che la valutazione del D-dimero è indicata quando il paziente presenta gravi sintomi riconducibili a un evento trombotico, quali:

  • Dolore a una gamba, in un contesto che fa sospettare una trombosi venosa profonda (recente intervento ortopedico, neoplasie, allettamento ecc.);
  • Gonfiore e/o decolorazione agli arti inferiori;
  • Dispnea acuta (mancanza di respiro che insorge all’improvviso, spesso in assenza di malattie cardiache e polmonari sottostanti).
  • Tosse, emottisi (presenza di sangue nell’espettorato) e dolore al petto.

Per tale applicazione, al medico non interessa sapere se un valore è normale o patologico riferendosi a una popolazione sana (come accade per altri test), ma valuta se si possa escludere che il paziente abbia una malattia trombotica. Il test è particolarmente utile, quindi, nell’esclusione di patologie correlate a un’eccessiva o inappropriata coagulazione.

I livelli di D-dimero possono essere utilizzati anche come supporto alla diagnosi di coagulazione intravascolare disseminata (CID) e per monitorarne il trattamento terapeutico a intervalli regolari.

Il test può essere richiesto, insieme a PT, aPTT, fibrinogeno e conta piastrinica, come supporto alla diagnosi.

Il limite dell’esame del D-Dimero è legato alla sua bassa specificità: valori elevati del parametro possono essere riscontrati anche in caso di gravidanza, tumori, recenti interventi chirurgici, traumi o infezioni. Quest’esame è indicativo, infatti, della presenza di quantità elevate di prodotti di degradazione della fibrina.

Da ricordare

L’esito del test può indicare un significativo incremento della formazione di coaguli (trombi) e della loro degradazione, senza però indicarne la causa. Pertanto, un risultato positivo è suggestivo, ma non diagnostico per una patologia trombotica.

Valori normali

Il D-dimero è rilevabile in bassa concentrazione nel sangue di soggetti sani, ad indicare l’esistenza di uno stato di equilibrio fra la formazione di fibrina e la sua lisi, anche in condizioni fisiologiche.

L’intervallo di riferimento (range di normalità) è pari a 0-500 ng/ml

Nota: la soglia diagnostica può cambiare in funzione di età, sesso e strumentazione in uso. Inoltre, i diversi metodi utilizzati nei laboratori ospedalieri per misurare quantitativamente il D-dimero rendono i risultati non confrontabili. Per questo motivo, è preferibile consultare i range riportati direttamente sul referto.

D-dimero Alto – Cause

La concentrazione del D-dimero aumenta in tutte le circostanze, specifiche o aspecifiche, associate o caratterizzate da fibrino-formazione e fibrinolisi.

Condizioni fisiologiche e patologiche associate ad aumento del D-dimero comprendono:

  • Età avanzata;
  • Periodo neonatale;
  • Gravidanza fisiologica e patologica (incluso il puerperio);
  • Pazienti ospedalizzati e/o con disabilità funzionale;
  • Infezioni (in particolare, sepsi da Gram negativi);
  • Neoplasie;
  • Interventi chirurgici;
  • Traumi;
  • Ustioni;
  • Coagulazione intravasale disseminata (CID);
  • Trombo-embolia venosa;
  • Cardiopatia ischemica;
  • Arteriopatia periferica degli arti inferiori;
  • Aneurismi;
  • Scompenso cardiaco congestizio;
  • Sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS);
  • Emorragie subaracnoidee ed ematomi sottodurali;
  • Malattie epatiche e nefropatie;
  • Malattie infiammatorie intestinali;
  • Malattie infiammatorie croniche (es. LES, artrite reumatoide ecc.)
  • Terapia trombolitica.

D-dimero Basso – Cause

Di norma, valori bassi o normali del D-dimero non indicano la presenza di un problema.

Se i valori di D-dimero sono normali si può con ragionevole certezza escludere la trombosi venosa profonda o l’embolia polmonare, come causa dei disturbi.

Se i valori di D-Dimero sono elevati e vi è il sospetto fondato di trombosi venosa profonda o embolia polmonare, è necessario procedere per conferma con ulteriori indagini diagnostiche:

Nel sospetto di trombosi venosa profonda, verrà richiesto un ecocolordoppler degli arti inferiori.

Se è probabile l’embolia polmonare, invece, verrà eseguita una scintigrafia o una TAC polmonare con mezzo di contrasto.

fibrinogeno

Il fibrinogeno, o fattore I della coagulazione, è una glicoproteina plasmatica sintetizzata dal fegato con lo scopo di favorire l’emostasi (coagulazione del sangue).

La concentrazione plasmatica di fibrinogeno aumenta, in parallelo alla sua velocità di sintesi, nella fase acuta di vari stimoli flogistici (infiammatori). I livelli di fibrinogeno nel plasma possono subire anche un’influenza genetica.

fibrinogeno

Indipendentemente dalle cause, l’aumento dei valori di fibrinogeno è associato a un rialzo del rischio cardiovascolare. Più fibrinogeno in circolo significa infatti una maggiore tendenza del sangue a coagulare, e viceversa.

Significato Biologico

Il fibrinogeno costituisce il substrato su cui agisce la trombina, un enzima proteolitico che determina la conversione del fibrinogeno in fibrina. Questa reazione rappresenta la tappa finale della cascata coagulativa , grazie alla quale si viene a formare un intreccio proteico (dato dalla polimerizzazione della fibrina) che ingloba tra le sue maglie piastrine e globuli rossi; si ha così la formazione di un coagulo, massa semisolida che arresta l’emorragia.

Il fibrinogeno è un fattore essenziale per la coagulazione del sangue.

Viene prodotto dal fegato e rilasciato in circolo in caso di necessità: quando c’è una ferita e inizia il sanguinamento, si forma un coagulo attraverso una serie di passaggi (emostasi); in uno degli ultimi step, il fibrinogeno solubile viene convertito in filamenti di fibrina insolubili, che si intrecciano tra loro formando una rete che si stabilizza e aderisce al sito danneggiato fino alla guarigione.

Perché si Misura

Il test del fibrinogeno viene eseguito per indagare un possibile disordine della coagulazione, che può essere in difetto (episodi emorragici) o in eccesso (episodi trombotici). Altre volte, l’esame viene utilizzato per determinare il rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare.

Il test del fibrinogeno permette di valutare la concentrazione e la funzionalità del fibrinogeno presente nel sangue. Più nel dettaglio, esistono due tipi di test di laboratorio per valutare tali parametri:

Test di attività: determina la funzionalità del fibrinogeno durante la formazione del coagulo, ossia la sua capacità di essere convertito in fibrina. Il tempo che il coagulo impiega a formarsi è direttamente proporzionale all’attività della glicoproteina presente. Una durata prolungata può essere dovuta a una diminuita concentrazione del normale fibrinogeno oppure a un mal funzionamento dello stesso.

QUANDO? Quando sono necessarie informazioni per valutare il rischio del paziente di sviluppare una patologia cardiovascolare.

Valori normali

I livelli normali di fibrinogeno si attestano tra 150 e 400 mg/dl (a seconda dei metodi analitici utilizzati), con un valore medio che oscilla intorno ai 225 mg/dl.

Fibrinogeno Alto – Cause

Valori cronicamente elevati di fibrinogeno, come anticipato, sono associati a un maggior rischio cardiovascolare (aumentata suscettibilità a malattie come trombosi, ictus, malattie coronariche, angina pectoris e infarto).

I suoi livelli, insieme alle cosiddette proteine di fase acuta (proteina C reattiva, fattori del complemento, protrombina ecc.), aumentano durante processi infiammatori di qualsiasi origine, nella ripresa da un intervento chirurgico e durante la gravidanza.

Le altre possibili cause di una concentrazione di fibrinogeno elevata rispetto alla norma comprendono:

  • Infezioni acute;
  • Tumori;
  • Malattie cardiovascolari, infarto del miocardio e patologie delle arterie periferiche;
  • Ictus;
  • Epatite;
  • Malattie infiammatorie (come l’artrite reumatoide e la glomerulonefrite);
  • Gravi ustioni, traumi e/o ferite;
  • Uso di contraccettivi orali (pillola anticoncezionale);
  • Tabagismo;
  • Obesità.

Valori Alti di Fibrinogeno

Il fibrinogeno è una proteina di fase acuta, perciò le quantità della proteina possono aumentare rapidamente in tutte le condizioni che causano infiammazione o danno tissutale.

Alte concentrazioni di fibrinogeno sono aspecifiche; per questo motivo, non indicano la causa del temporaneo aumento di fibrinogeno o la sede del disturbo. Di solito, questi aumenti delle concentrazioni di fibrinogeno sono temporanei e tornano normali dopo che le patologie sottostanti sono risolte.

Se i risultati degli esami del fibrinogeno sono elevati, il paziente presenta un rischio maggiore di sviluppare coaguli e, nel tempo, di avere un’aumentata predisposizione per le malattie cardiovascolari.

PTT

Il tempo di tromblopastina parziale (PTT) e il tempo di tromboplastina parziale attivata (aPTT) sono esami di laboratorio condotti su un campione di plasma; entrambi valutano l’efficacia della via intrinseca e della via comune della coagulazione.

Cos’è

La valutazione del tempo di tromblopastina parziale (PTT) determina l’attività dei fattori appartenenti alla via intrinseca della coagulazione, rapportata a quella normale.

Questo test è utilizzato come supporto nella valutazione della capacità di un individuo di formare coaguli di sangue in modo appropriato.

Il PTT è indicativo della quantità e della funzionalità di alcune proteine chiamate fattori della coagulazione, che svolgono un ruolo importante nella formazione del coagulo in caso di lesione di un vaso sanguigno.

Se questo parametro è molto elevato, il paziente presenta un aumentato rischio di sanguinamento spontaneo.

Perché si Misura

L’esame del tempo di tromblopastina parziale (PTT) e quello del tempo di tromboplastina parziale attivata (aPTT) misurano il numero di secondi che il coagulo impiega a formarsi nel sangue di una persona, dopo l’aggiunta di una determinata sostanza (reagente). Questi test sono usati principalmente per comprendere le cause inspiegate di un sanguinamento eccessivo o di un’inappropriata coagulazione.

Quando viene prescritto?

La valutazione del tempo di tromblopastina parziale (PTT) viene eseguita per i seguenti motivi:

  • Determinare la possibile causa di un disturbo emorragico o coagulativo (episodio trombotico);
  • Monitorare l’effetto della terapia anticoagulante con eparina non frazionata (standard);
  • Effettuare uno screening prima di un intervento chirurgico o di una procedura medica invasiva.

Il medico può prescrivere l’esame qualora il paziente abbia avuto esperienza di:

  • Sanguinamento improvviso;
  • Formazione inappropriata di coagulo nel sangue;
  • Aborti ricorrenti.

Quest’analisi può essere indicata insieme alla determinazione del tempo di protrombina (PT) per valutare l’emostasi, il processo che l’organismo usa per formare coaguli di sangue utili a fermare il sanguinamento.

Ciò permette di avere un quadro più completo sulla coagulazione del sangue, in presenza di disordini in eccesso (trombosi) o in difetto (perdita di sangue dal naso, gengive sanguinanti, anemia cronica, tendenza alla formazione di ecchimosi e lividi, flusso mestruale abbondante ecc.).

PTT e PT: quali informazioni utili forniscono?

L’esame del tempo di tromblopastina parziale (PTT) è usato per valutare:

  • Fattori della coagulazione XII, XI, IX, VIII, X, V, II (protrombina) e I (fibrinogeno);
  • Prealto peso molecolare (HK).
  • callicreina (PK);

Chininogeno ad Il test del tempo di protrombina (PT) consente di determinare:

  • Fattori della coagulazione VII, X, V, II e I (fibrinogeno).

Valutando i risultati dei due test insieme, il medico può ottenere indizi su che tipo di sanguinamento o disordine della coagulazio PTT Alto – Cause

Un PTT allungato può essere dovuto a:

  • Carenze ereditarie di fattori: malattia di von Willebrand, emofilia e deficit di altri fattori della coagulazione;
  • Carenza di vitamina K (dieta estremamente povera, malassorbimento, uso prolungato di certi tipi di antibiotici;
  • Patologie epatiche;
  • Inibitori della coagulazione (es. anticorpi antifosfolipidi);
  • Terapia con anticoagulanti (eparina, warfarin ecc.);
  • Leucemia;
  • Eccessivo sanguinamento nelle donne prima o dopo il parto;
  • Aborti ricorrenti.ne sia presente.

PTT Basso – Cause

  • Un PTT ridotto può essere dovuto a:
  • Tumore esteso (ovarico, pancreatico, del colon);
  • Coagulazione intravascolare disseminata (CID);
  • Reazione di fase acuta (secondaria a trauma, infiammazione ecc.)

 

 

 

 

 

 

 

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